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Greco di Tufo: la ricca trama estrattiva di un “vino di montagna”

Parlare di “greco” con riferimento ad un vitigno, può significare tanto ma, nel contempo, anche nulla.
Ciò perché sono tanti e tali i “vini greci” oggi impiantati nella nostra penisola e nel Mediterraneo che ci perderemmo solo a selezionarne i vari cloni e derivazioni. È pressoché, impossibile evocare nella memoria gusto-olfattiva determinati parametri di riconoscibilità di uno specifico vino, se non abbiamo sufficiente conoscenza anche del territorio in cui quella cultivar cresce e fruttifica.
Beninteso, non possiamo non manifestare somma gratitudine agli antichi greci per averci consentito, nell’arco di millenni, di beneficiare delle loro conoscenze ed intuizioni, tuttavia, l’estrema diffusione di un medesimo antico vitigno in territori tanto eterogenei tra loro quanto a natura del suolo, aspetti climatici, localizzazione dei terreni ed esposizione alla luce, comporta che da esso possano generarsi vini così differenti e particolareggiati.
Dove il microclima è pressoché identico, la differenza la fa il produttore, la sua storia, le sue tecniche vitivinicole e volendo circoscrivere il discorso alla sola Campania, potremo identificare molti esempi di “vino greco” con caratteri molto dissimili tra loro in relazione al luogo di produzione, come effetto del lento adattamento ad una mutata realtà geo-climatica.
Oggi sappiamo che il “greco” fu impiantato, prima di tutto, sulle pendici del Vesuvio dai Pelasgi della Tessaglia, il cui utilizzo, ancora oggi, è consentito in uvaggio.
Si tratterebbe, infatti, per condivisa opinione dalla maggior parte degli ampeleologi di un vitigno di diretta derivazione delle viti Aminee di provenienza ellenica, coltivate dai Romani sotto il nome di Aminea Gemina o Gemella per via dei grappoli accoppiati.
In un momento successivo, la coltivazione del “greco” si sarebbe diffusa anche in territorio irpino dove, oggi,  è conosciuto come Greco di Tufo, il cui nome deriverebbe dal paesino “fulcro” della denominazione d’origine.

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Ed è proprio di questo corposo “vino di montagna” che ho voluto dedicare un particolare approfondimento.
Voglio iniziare proprio da un’antica leggenda secondo cui Tufo era spesso visitata dalle streghe che, nell’avellinese, si procuravano i cavalli per raggiungere la vicina Benevento. Ivi si sarebbero recate per la celebrazione del Sabba, tradizionale convegno al quale sarebbe stato presente anche il Demonio.
Ogni mattina seguente al ratto, il fattore che avesse trovato il pelo del proprio cavallo sciupato, avrebbe avuto la prova che il povero animale era stato cavalcato durante la notte da una strega.
Tuttavia, la leggenda vuole che le streghe, sovente, non si accontentassero di prendere in prestito il cavallo, ma penetrate furtive all’interno delle cantine, prelevassero anche del vino greco di cui il Demonio andava ghiotto.
Era così pregiato che nei banchetti veniva versato solo una volta” dice Plinio il Vecchio a proposito del Greco di Tufo.
Si sviluppò a tal punto in Irpinia la produzione del vino greco che nel 1800 fu costruita una linea ferroviaria, denominata “ferrovia del vino”, che facilitò moltissimo l’esportazione verso i mercati italiani ed europei.
Il terroir di Tufo e dei Comuni limitrofi, di natura vulcanica e gessosa, ricco di minerali e zolfo, riesce a regalare al greco caratteristiche di eccezionale mineralità, freschezza e buona capacità di invecchiamento per un vino bianco.
Il Greco di Tufo è vendemmiato tra la fine di settembre ed i primi di ottobre per cui è ritenuto uno dei vitigni a bacca bianca in assoluto più tardivo.
Sotto il profilo organolettico ha colore giallo paglierino più o meno intenso. Il suo succo è ricco di sostanze aromatiche ed estratti, con nette sensazioni di frutta e, talvolta, un finale balsamico.
Il profumo è, generalmente, abbastanza maturo con note floreali che lasciano spazio a più nitidi aromi vegetali, fiori secchi, origano, camomilla sino a sentori agrumati come la scorza di limone e note resinose.
Alla beva è fresco e secco, con uno spiccato aroma agrumato unito ad un sentore resinoso. Con buona spalla acida, spiccata mineralità possiede un tipico finale di mandorla amara.
Ed a proposito di Greco di Tufo, mi è piaciuto selezionarne sei diverse declinazioni, in un percorso sensoriale di eccellenze.

l“Terre degli angeli” 2014 Greco di Tufo DOCG TERREDORA
Vino che trae origine dal cru aziendale, ubicato in Santa Paolina, da uve raccolte nella seconda decade di ottobre. Dopo la macerazione a freddo è avviata fermentazione a temperatura controllata del mosto, a cui segue un affinamento sur lie per qualche mese.
Dal tono paglierino intenso, si apre a diverse fragranze, già a bicchiere fermo, dapprima ad una nota sulfurea e poi, progressivamente ad un delicato e dolce frutto giallo.
E’ un vino immediatamente abbinabile al pasto, questo di Paolo Mastroberardino, che colpisce per sua delicata nuance di millefiori non prevaricante.
Piacevole vena acida, è sapido e morbido al palato. 3/6


“Villa Cicogna” 2013 Greco di Tufo DOCG BENITO FERRARA
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Ricavato da uve situate in terreni argillosi con venature sulfuree sottostanti, il Greco di Ferrara è vinificato con pressatura soffice e fermentazione controllata in acciaio. Riceve ben nove mesi di affinamento di cui 7 in acciaio e 2 in bottiglia.
Non appena l’ho versato nel bicchiere, mi ha invaso una vigorosa nota minerale che, dopo pochi attimi, si è evoluta in freschi profumi agrumati e frutta gialla.
Alla beva, dopo una leggera pungenza alla lingua, esplode la salina possanza. Fresco, con un corredo aromatico più ampio rispetto ai profumi, che spazia dal minerale persistente, dalla frutta esotica, al dolcissimo miele ed erbe.
Secco e sul finale l’inconfondibile mandorla amara. 4/6


“Giallo D’Arles” 2013 Greco di Tufo DOCG QUINTODECIMO

giallo-d-arlesGiallo preludio del rosso, nettare d’uva dedicato al colore preferito di Van Gogh: il Giallo D’arles, per l’appunto.
È questa un’estrema interpretazione da parte Luigi Moio, del rosso campano vestito da bianco.
La carica del colore è dovuta, tra l’altro, alla breve permanenza, durante la fermentazione, di un 30% del mosto in piccole botti di rovere nuove e dalla completa assenza di interventi di chiarifica.
Esempio d’integrità di trasformazione che è riuscita ad estrarre dalle bacche una esclusiva concentrazione di sostanza.
Ma procediamo per ordine e non perdiamoci nulla: dolce floreale, sontuosa mineralità e poi una polposa albicocca e mela cotogna.
Si avverte il suo possente spessore prima ancora di averlo bevuto, ed il sorso ne conferma, coerente, il vellutato contatto della deliziosa frutta gialla matura.
Ottimo equilibrio tra componenti acide, sapide e la morbida struttura di rosso. 5/6


“Oltre” 2014 Greco di Tufo DOCG BELLARIA
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Ho gradito, particolarmente, il greco prodotto della Azienda agricola Bellaria di Roccabascerana.
Anche in questo caso, il proposito di raggiungere un’estrema estrazione di sostanza del vitigno ha dato interessanti risultati e ne ha premiato il complesso procedimento.
Anzitutto, c’è da dire che l’uva utilizzata non è vendemmiata tutta nello stesso momento ma in periodi differenti.
Poi, allo scopo di preservare i profumi ed ottenere una migliore corredo di sostanze aromatiche, è avviata la fermentazione a temperature molto basse, quasi al limite di sopravvivenza dei lieviti.
Dopo una prima fase fermentativa, il mosto è trasferito in 5 diversi serbatoi, a ciascuno dei quali è aggiunto un lievito diverso per conferire al vino differenti caratteri aromatici.
Solo alla fine segue l’assemblaggio in blend.
Al naso è ricco con il suo inconfondibile tono ammandorlato, ma anche con una piacevole nota erbacea di oliva verde, sfuggente.
È un  vino fresco con un robusto corpo ed una sapidità decisa. 4/6


“Ostinato” 2011 Greco Campania IGP DONNACHIARA
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Prodotto da uve greco in purezza, vendemmiato nella prima decade di novembre per garantire alle bacche una massima concentrazione zuccherina, è fermentato a basse temperature e, un 20% del mosto, in botti di rovere francese.
Ostinato nella concentrazione di tinta così come nel suo carnoso sorso, il Greco interpretato da Ilaria Petitto.
Il succo glicerinoso di questo vino è testimonianza della surmaturazione delle uve che esaltano i profumi tipici del greco d’Irpinia.
Al naso, deliziosi agrumi canditi ed alla beva la dominanza dolce, ben bilanciata, con i peculiari caratteri acidi e salini del vitigno.  4/6