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Agnanum, il cammeo dei Campi Flegrei

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Avete presente cosa si prova a toccare della cenere vulcanica? A tastare millimetriche particelle di rocce e minerali, così particolari? Quella che mi trovo in mano, oggi, non è semplice sabbia nera che scivola via, ma piuttosto sembra una manciata di borotalco. Mi trovo sulla collina degli Astroni, a ridosso di una delle più note riserve naturali campane, seduta dietro Raffaele Moccia sul suo quad attraverso i vigneti di Agnanum.
Una bella storia, quella di Raffaele, le cui basi poste dal padre Gennaro, più di cinquanta anni fa, rappresentano fondamenta e patrimonio del suo quotidiano lavoro odierno.
Originari 4 ettari di proprietà, il regno di Agnanum ne conta oggi ben 10, a seguito di accorpamenti successivi di terreni che i parenti e il vicinato hanno man mano ceduto e volentieri alla sua opera di recupero e salvaguardia. Perché per Raffaele Moccia essere vignaiolo rappresenta più che una professione una missione, e nel senso più profondo del termine.
20160417_110055Basta osservarlo mentre guarda le sue viti, mentre ne parla come fossero sue creature: contorsionismi di tralci e foglie avvinghiate ai tutori come vecchine nodose e tenaci.

Le alleva con passione, con amore paterno discorre con loro mentre cura il loro crescere, le sue intenzioni protese al loro vivere più che al loro rendere. Sono vigneti che hanno attraversato la storia, isola immune alla fillossera, sopravvissuta agli uomini oltre che ai parassiti. E questo anche grazie alla dedizione e al lavoro di Raffaele che lo legano in stretta simbiosi ad una terra, in un certo senso, ostile per la sua conformazione, che ogni giorno sfida gli uomini e le viti.
Raffaele Moccia è eroico come le sue piante, come solo gli uomini di passione sanno essere. Osserva e progetta soluzioni per gestire l’acqua il sole la terra, le sue viti il bene da salvaguardare. Le forme di allevamento le più inusitate, atte ad assecondare con garbata intelligenza le esigenze della terra e delle viti. Davanti a noi si dipanano, lungo il pendio scosceso, filari di pergola puteolana, a’spalatore nel gergo degli avi, all’inseguimento delle viti che qui più che altrove centenarie e selvatiche protendono le loro braccia legnose al cielo.
E il “sylvoz alla moccia”, dice lui con un sorriso di indulgenza, perché è sì sylvoz ma sempre asservito allo sviluppo più o meno vigoroso dei capi a frutto.
Raffaele e le sue viti, Piedirosso e Falanghina in primis, ma anche Caprettone, Catalanesca, la più singolare Barbera in versione puteolana per arrivare alla particolarissima “uva cupella”, a’giusimmina, versione gergale di “gelsomina”, vitigno a bacca bianca che ha ritagliato qui la sua esclusiva nicchia esistenziale.
Ascolto Raffaele, il suo lavoro di oggi proiettato ad un risultato a venire, i suoi progetti orientati ai tempi della vigna e non degli uomini.
Così arriviamo alla vigna di Falanghina, strappata 22 anni fa all’ombra del muro aragonese che circonda il parco degli Astroni, fazzoletto di terra in cui ha allevato 800 viti, bei filari ordinati a guyot, concimate con letame di coniglio, primo raccolto datato 2014.
Venti anni di fatica per un calice di vino! Gli impegni vanno rispettati, mi dice. Con semplicità e convinzione.
I tempi per portare a frutto utile le piante qui sono una diretta conseguenza della stratificazione del terreno: primo strato borotalco, secondo strato pietra pomice e lapillo che in alcune zone scoperte fa effetto luna come le fumarole che si intravedono dalla vicina Solfatara di Pozzuoli.
Al terzo strato arriviamo a’ la vena de fuoco, roccia basaltica con tessitura a pepe, un’anima di sabbia vulcanica che trova i suoi spazi nella terra come scia di serpe, succhiando l’acqua per ogni dove.
Ecco la scarsa capacità idroscopica del terreno, e quindi l’azione fittonante delle piante assetate  d’acqua, da cui i tempi di sviluppo tardivi. 7/8 anni per la Falanghina, almeno 10 per il Piedirosso.
Bassa resa garantita, siamo a 40-50 quintali per ettaro per la bacca bianca, 30 per la rossa. Ci muoviamo tra il favino, sovescio prediletto della zona, e i tarassi, margheritoni gialli che creano tappeti di sole tra le vigne, gioiosa esplosione di una precoce primavera. Io colgo la poesia, Raffaele la preoccupazione di un anticipo climatico non benvenuto.
3360per_e_palummoPassiamo quindi in cantina, questa suggestiva ricostruzione medioevale di un ambiente che rispecchia la sua passione per quell’epoca storica.
Sulle bottiglie campeggia il simbolo del Parco degli Astroni, il picchio rosso, oggi icona del WWF. Anche in questo Moccia è stato precursore.

TASTING NOTES

Le degustazioni sono tutte da vasca, privilegiata anteprima dell’annata 2015. Millesimo siccitoso fino alla vendemmia, con piogge autunnali che hanno fatto tribolare chi come Moccia fa raccolta tardiva. Ma il grado zuccherino è stato premiante, preludio a risultati importanti.

Partiamo dalla Falanghina, prodotto base, anche se già al naso la dizione risulta del tutto ingrata. Il vino è giovane, fresco, un’esplosione di primavera nei suoi sentori floreali delicati, in bocca si conferma la piacevolezza di un sorso beverino, argento vivo.

Il secondo assaggio è invece della Falanghina al suo secondo compleanno, ricordiamo la concimazione con letame di coniglio. Scelta consapevole basata su un’intuizione, nutrimento eletto per le viti.

La risposta è nel bicchiere. Colore giallo intenso con riflessi oro, sentori di spezie verdi e fiori ma anche pietra vulcanica, note minerali. Quello che gli occhi vedono tra terra cielo e mare sembra materializzarsi nel naso in piacevole armonia. In bocca si sente subito la materia, polpa carnosa di frutta mediata con una bella nota sapida e chiusa con un finale minerale appagante. Estremamente equilibrato. Sicuramente un bianco longevo, vocato ad abbinamenti importanti.

Chiudiamo con il Piedirosso in purezza, una rarità data l’estrema delicatezza del vitigno. Acino piccolo, buccia sottile, resa bassissima. Affinamento in acciaio, ha uno splendido colore rosso porpora, respira nel  calice potenziandosi di aromi speziati. Entra in bocca con la dignità di un re, corposo, ben bilanciato tra frutto note vulcaniche e marine. L’estrema eleganza del risultato riscatta la bassa resa, il sudore, la pazienza.

Il sole è ormai alto a mezzogiorno. Saluto con affetto Raffaele, esco dal mondo delle viti per rientrare in quello degli uomini, con la netta sensazione che nel passaggio ho perso qualcosa.

di Lidia Conti

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