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S-Tralci di Liguria al Vinitaly 2016

liguria

La Liguria, il suo mare, i suoi monti. Quante volte durante la mia stagione milanese ho visitato quegli scenari di  verde in verticale sul mare, paesini arroccati sulla poca lingua di terra disponibile, squarci di colori pastello nel quadro di una natura selvaggia, tra i ricordi più belli. Mi tornano alla mente quando guardo Alessandra Terzano, bella e brava sommelier AIS allo stand dell’Enoteca Ligure del Padiglione Vinitaly dedicato a questa regione aspra e indomita, arco di terra dove stretti tra montagne e mare trovano dimora uomini di volontà e passione. Di questa passione mi parla Alessandra, con l’orgoglio e la dignità di un popolo che ogni giorno riscatta alla terra la propria esistenza, e dalla stessa terra con energia e vigore trae ragione di esistere.
Liguria  è terra del pesto, della mesciua e buiabesa, della farinata e della bugassa. Liguria è terra di vini.
Enologia eroica, strappata ad un territorio ostile per natura, si esprime nelle forme ingegnose dei terrazzamenti a ridosso di un mare unico. L’inospitalità della terra ha fatto di questa Regione area vocata all’autoctonia dei vitigni, spesso recuperati all’oblio come figli prodighi con un’opera di perseverante ricerca degna di encomio.
La degustazione inizia dai  bianchi, che in questa terra la fanno da padroni.
Mi viene presentato subito con uno dei vitigni più rappresentativi del territorio: il Vermentino, coltivato dalla Riviera di ponente fino ai Colli di Luni, dove si esprime al meglio in termini di ricchezza di aromi e sapidità grazie alle condizioni critiche di allevamento, care alle viti, e alla prossimità al mare.

Di vermentino ho apprezzato, in particolare, il fiore all’occhiello dell’Azienda di Ottaviano Lambruschi, il “Costa Marina”, DOC Colli di Luni 2015, cru del Castel Nuova Magra,

È qui che il binomio di passione dell’uomo e condizioni ampelografiche elette creano un prodotto d’eccezione. Ginestra al naso, rivela in bocca la sua terra nell’armonia tra acidità e sapidità.
L’acciaio è il punto di forza di questi vitigni, esprimendone infatti al meglio la tensione nervosa giovanile, in un trionfo di profumi e freschezza. Un bel bianco italiano.

Approfittiamo per chiedere a questo punto un confronto con il Pigato, spesso assimilato al Vermentino come biotipo nonostante questa associazione non sia gradita a chi conosce la terra ligure.
Proviamo il Pigato Vigne Vegge dell’Azienda Agricola Massimo Alessandri, nella zona di Ranzo in provincia di Imperia.

Al naso il floreale di biancospino lascia quasi subito spazio ad un fruttato estivo di pesca e pera, mandorla in chiusura. L’intuizione di minerale si conferma in bocca, dove una robustezza giovane ma perfettamente bilanciata metabolizza con disinvoltura i 14°. Chiama di diritto un bel tagliere di formaggi di media stagionatura così come i primi tipici della tradizione ligure.

Il ventaglio dei bianchi vira quindi sul Moscatello di Taggia, Liguria di Ponente. In versione sia secca che dolce, scopriamo che anche questo prodotto di nicchia è il risultato di un lavoro di ricerca che vede la collaborazione tra l’Università di Torino, il CNR di Grugliasco e la Regione Liguria. Il prodotto è presentato al Vinitaly dall’Associazione dei  Produttori di Moscatello, presieduta da Eros Mammoliti.

Dell’Azienda Mammoliti proviamo in degustazione il Lucretio vino bianco, nella versione  secca, e il Lucretio moscato da uve surmature, entrambi annata 2015.

Il primo, giallo verdolino con sentori erbacei al naso restituisce una bevuta snella è molto gradevole nei termini di sapidità e freschezza. Il moscato è un regalo di frutta e fiori agrumati che intrigano prima il naso per scivolare poi con soddisfazione in bocca . Il tutto come un tocco di grande gentilezza.

A questo punto è Alessandra a presentarci una chicca, lo Scimiscià o Cimixa, autoctono della Liguria di origini antichissime e quasi del tutto estinto, recuperato grazie all’impegno dei produttori della Val Fontanabuona, nell’entroterra di Chiavari e Lavagna.
Il nome deriva dal gergo dialettale “picau”, che significa “cimiciato” o puntinato. Quindi acino macchiato, ma a differenza del Pigato, nello Scimiscià si tratta di una puntinatura che ricorda le lentiggini.
Resa bassa, alto tenore zuccherino, questo vitigno viene usato in purezza per ottenere vini passiti di complessità e struttura.
Proviamo il prodotto dell’Azienda Penco Maria Teresa U Cantin, della zona più vocata, uno dei tipici esempi di artigianato del vino. Annata 2012.

Il nettare nel calice ha un colore giallo oro brillante, bella densità che si ritrova in bocca insieme all’inconfondibile note di miele con sentori di castagno. Caldo, fine ed armonico, di distinta eleganza. Una perla da non perdere.

Salutiamo lo stand della Liguria con il Rossese di Dolceacqua, prodotto in crescita che ha come punto di forza la sinergia tra produttori aperti al confronto in un approccio costruttivo che può fare scuola. Degustiamo il Posau dell’Azienda Dringenberg di Giovanna MaccarioRossese di Dolceacqua Superiore, 2014.

Vino dai tannini leggeri, presenta un bel colore rubino splendente con profumi di frutti rossi di sottobosco e spezie. In bocca un bel corredo aromatico con robusta spina dorsale di freschezza che si candida per cui vuole osare anche a piatti di pesce strutturato.

di Lidia Conti

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