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Se un vino ti piace parlane e se non ti piace?

“Parlare di vino” sulla carta stampata e soprattutto attraverso i più versatili strumenti di comunicazione telematica, ha avuto una democratica diffusione negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento d’interesse per la pervasiva materia dell’enogastronomia.

La questione, se da un lato ha apportato grandi benefici a tutti coloro che dedicano la propria vita alla produzione di cibo e di vino, per il prezioso contributo divulgativo dei vari blogger e giornalisti free lance, dall’altro ha imposto agli stessi una maggiore attenzione per il loro lavoro e per l’imprescindibile necessità di spostarsi sempre un gradino più avanti in fatto di qualità.
Luca Maroni ha argutamente osservato, nel suo libro “la piacevolezza del vino” come il miglioramento di qualsiasi prodotto passi per il miglioramento delle facoltà valutative del consumatore, per cui la specializzazione del fruitore rende, in sostanza, al produttore l’ottimizzazione analitica e tecnica del prodotto.
Inoltre, accanto alla scomparsa dei più frequenti difetti del passato, la tecnica dell’assaggio è divenuta sempre più rigorosa ed esigente, per cui oggi si è più attenti alle deviazioni organolettiche minori che fanno perdere punto alla qualità del vino, pur quando non siano tali da comprometterla irrimediabilmente.
Ma davvero siamo diventati tutti così bravi anche a parlare il vino?
Diciamo, piuttosto, che la diffusione di canali di conoscenza come corsi per sommelier, incontri di avvicinamento, tasting didattici e altro, dove non sono riusciti a porre le basi di un’adeguata competenza tecnica hanno, senz’altro, favorito una maggiore consapevolezza del bere.
Tanto premesso, quando iniziai, nel 2014 a scrivere “di vino”, mi fu insegnato che se un vino mi piaceva dovevo parlarne, se invece non mi piaceva, dovevo tacerne.
Effettivamente, nel corso del tempo, non mi è mai capitato di imbattermi in un articolo che, con la necessaria dose di continenza, avesse qualificato come “cattivo” o peggio “sbagliato” un vino.
Da qui la riflessione: ma la critica enologica è realmente praticata?
Al purista della lingua italiana non sfugge che, il critico non sia semplicemente chi racconta un vino ma piuttosto colui il quale esamina e valuta un risultato per scegliere, selezionare, distinguere il bello dal meno bello o dal brutto, il buono dal cattivo o da meno buono.  
La questione non è nuova agli articolisti telematici. Solo lo scorso novembre, infatti, Gianluca Rosselli ha affrontato, delicatamente, il tema sul blog Intravino, interrogandosi sul perché si scriva solo dei vini che ci sono piaciuti.
In merito alle possibili cause di tale atteggiamento, non posso accettare (ma è uno dei miei tanti limiti) la tesi secondo cui il vino cattivo è difficilmente decifrabile e, conseguentemente, impossibile da descrivere. Tutti siamo in grado di disquisire del bello così come del brutto e, a tacer d’altro, le schede tecniche di qualsivoglia scuola di sommellerie, prevedendo anche appositi descrittori negativi del vino, ci consentirebbero di farlo.
 Neanche può accogliersi la visione che non sia il vino ad essere cattivo ma solo la bottiglia, associando sbrigativamente ogni probabile difetto alla impropria conservazione da parte del bottegaio.
Ciò che più mi stupisce è che, per altri settori come quello della ristorazione o dell’hotellerie i giudizi negativi, per gran parte espressi a mezzo di private recensioni, sovrabbondano nel web!
Dunque in merito alla questione principale, pur concordando pienamente con l’autore succitato, quando puntualizza che il duro lavoro dei vignaioli, degli enologi e quanti, a diverso titolo, sono impegnati nella privilegiata attività del produrre il vino debba essere rispettato, mi domando: non evidenziando dei possibili errori, non rilevando dei difetti, talvolta, evidenti in un vino, rendiamo un servizio effettivamente utile al produttore?
Probabilmente, ci appaga così tanto il diffuso insulto al wine writer, in voga nel sereno mondo dei blogger, che proprio non ce la sentiamo invece di raccontare male di un vino.
Da questa prospettiva, credo che la scelta più adeguata sia quella di riferire, in via riservata e privata, tutte le nostre “perplessità” a chi quel vino lo ha fatto.
Ogni produttore dovrebbe essere grato di queste indicazioni, piuttosto che degli sterili encomi a cui si assiste, talvolta rassegnati, al tavolo di degustazione.
Nelle regole del marketing, infatti, chi produce e vende non dovrebbe concentrarsi tanto sul “quanto ho fatto bene”, ma piuttosto sul “come posso migliorare quello che faccio”.
Dal lato del consumatore, (e dunque anche di noi stessi) tuttavia, la questione non è di facile soluzione. Spiegare, infatti, a chi ci legge che un vino sarebbe decisamente da rivedere, apparrebbe a dir poco onesto ma non viene fatto.
Per cui non resta che concludere nei termini in cui avevo iniziato, riproponendo il vecchio insegnamento impartitomi: se un vino ti piace parlane, se un vino non ti piace non parlarne.
Pur avendo riguardo all’impegno profuso dalle mani che hanno dato origine ad un vino “non eccelso”, tutti coloro che contribuiscono disinteressatamente a fare informazione, dovrebbero avere almeno il coraggio di non scriverne sino a quando quel risultato non li abbia realmente convinti.